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Nell'”arca della fratellanza”, per “smilitarizzare il cuore dell’uomo” …

Il documento “sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato dal papa e dal grande imam di al-Azhar ad Abu Dhabi qualche giorno fa è stato una pietra miliare sulla via dell’incontro delle civiltà, “una sorta di giro di boa” (Dachan), un “richiamo profetico” (Maccioni), una chiamata alla “responsabilità” per l’Islam (Falasca), un modo di rendere vivo e attuale il “testamento francescano” (Melloni). 
Su tale dichiarazione si è già soffermato su questo blog Antonio Salvati. Non voglio quindi insistere. Ma può essere utile approfondire il tema rileggendo le parole pronunciate da Bergoglio prima della firma al Founder’s Memorial di Abu Dhabi.
Come spesso fa il pontefice in visita pastorale, il discorso ha saputo mescolare i toni e le priorità cari a Francesco con quel che era possibile trarre dalla tradizione ospitante. Di qui tanto il richiamo al deserto – “Il deserto è stato trasformato in un luogo prospero e ospitale; il deserto è diventato, da ostacolo impervio e inaccessibile, luogo di incontro tra culture e religioni. Qui il deserto è fiorito” -, quanto quello al retroterra scritturistico comune a cristiani e musulmani.
“Credente assetato di pace, fratello che cerca la pace con i fratelli”, Bergoglio è partito dall’immagine biblica dell’arca, da quell’alleanza noachica che permette al mondo di ripartire dopo la tragedia del diluvio: “Anche noi oggi, nel nome di Dio, per salvaguardare la pace, abbiamo bisogno di entrare insieme, come un’unica famiglia, in un’arca che possa solcare i mari in tempesta del mondo: l’arca della fratellanza”. 

“Il punto di partenza”, ha continuato il papa, “è riconoscere che Dio è all’origine dell’unica famiglia umana. Egli, che è il Creatore di tutto e di tutti, vuole che viviamo da fratelli e sorelle, abitando la casa comune che ci ha donato”. In un tempo di divisioni e di contrapposizioni, di esclusioni e di primati “contro”, il modello è Dio: “Egli non guarda alla famiglia umana con uno sguardo di preferenza che esclude, ma con uno sguardo di benevolenza che include”.
E’ nel nome di un tale Dio, inclusivo e datore di vita – Francesco è stato attento a parlare di Creatore, e non di Padre – che “va senza esitazione condannata ogni forma di violenza, grave profanazione del Nome di Dio”, se utilizzato “per giustificare l’odio”. Ovvero “l’individualismo, che si traduce nella volontà di affermare sé stessi e il proprio gruppo sopra gli altri. Ciascun credo è chiamato a superare il divario tra amici e nemici, per assumere la prospettiva del Cielo, che abbraccia gli uomini senza privilegi e discriminazioni”.
Bergoglio non si è nascosto la sfida sottesa alla fraternità: “Vari interrogativi, tuttavia, si impongono; come far prevalere l’inclusione dell’altro sull’esclusione in nome della propria appartenenza? come le religioni possono essere canali di fratellanza anziché barriere di separazione?”. La risposta è l’audacia: “Un dialogo quotidiano ed effettivo domanda il coraggio dell’alterità, che comporta il riconoscimento pieno dell’altro e della sua libertà”. 
Del resto, secondo il papa, non c’è alternativa a una tale estroversione: “Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni si spendano più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace. Alla celebre massima antica ‘conosci te stesso’ dobbiamo affiancare ‘conosci il fratello’: la sua storia, la sua cultura e la sua fede”. 
In un mondo difficile, percorso dai venti del conflitto, inondato di fake news a di hate speeches, “il nostro essere insieme oggi”, ha concluso il papa, “sia un messaggio di fiducia, un incoraggiamento a tutti gli uomini di buona volontà, perché non si arrendano ai diluvi della violenza e alla desertificazione dell’altruismo”. Alle religioni, “forse come mai in passato, spetta, in questo delicato frangente storico, un compito non più rimandabile: contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo”.

Francesco De Palma
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