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Ode al mestiere più bello del mondo …

Un tuffo nel mondo della scuola primaria, se non in quello della scuola tout court. “Sperando che il mondo mi chiami”, romanzo di Maria Francesca Venturo (Longanesi), insegnante anche lei, con una scrittura lieve ed insieme attenta accompagna il lettore per un intero anno scolastico, l’ultimo da precaria della protagonista, Carolina Altieri: lo fa muovere tra i banchi, entrare nella vita di tanti piccoli, ascoltare le loro domande, condividere i loro sogni e le loro angosce; e nel contempo gli fa comprendere ciò che abita il cuore di un insegnante, gli mostra le sue grandezze e le sue piccolezze. 

Della scuola – in specie del primo ciclo – c’è tutto. E in particolare i due poli tra i quali si muovono, forse da sempre, i sentimenti e gli umori dei docenti.
Da una parte il vittimismo – mi si permetta l’uso di questo termine: sono un insegnante anch’io; se per qualcuno è troppo forte lo attenui in ‘disagio’, ci saremo capiti ugualmente -, che si condensa nell’esperienza di Carolina precaria, nel suo continuo passare da una scuola a un’altra – “Essere un insegnante richiede un impegno umano notevole, fatto di tempo, coinvolgimento emotivo, preparazione e senza la sicurezza economica e il riconoscimento sociale non è facile […] fare al meglio questo lavoro che non è solo un lavoro”, dirà l’autrice in un’intervista -.
Dall’altra parte la passione, forte, autentica, estroversa, che anima una giovane donna la quale vive empaticamente, e in maniera squilibrata, l’incontro con i suoi allievi. Perché insegnare è il mestiere più bello del mondo, perché insegnare “è come imparare per sempre”. 
Ed è questo che ci salva – tutti noi che varchiamo i cancelli delle scuole italiane – dal vittimismo e dal disagio. Messi di fronte a pensieri semplici, ma profondi, a visioni alte, e non ancora immiserite dal calcolo, dal compromesso, dall’omologazione, come accade per gli adulti – “Nei bambini le ragioni più importanti sono le più urgenti. Mi viene in mente a questo proposito Greta Thunberg, la piccola paladina del clima che tutti dovremmo ascoltare un po’ di più”, ragiona ancora l’autrice -, si coglie intero il senso della vita, si sceglie di guardare il futuro, si continua a lavorare perché quel futuro sia un posto migliore.
Ed allora si scopre che non occorre “sperare che il mondo ci chiami”. Si scopre – è quel che accade alla maestra Carolina – “che il mondo ci ha già chiamati”. Sì, ci ha chiamati nella bambina silenziosa – Sara – che si porta dentro un peso di cui liberarla, nell’umanità in fiore che ci sta davanti, nella domanda di attenzione e di affetto che ci avvolge come nient’altro può fare.

Francesco De Palma
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