“Ora siamo pronti a entrare in questo secolo” …. O no?

Nel suo nuovo, breve romanzo, “La parata”, Dave Eggers racconta di due occidentali – Quattro e Nove i loro nomi fittizi, usati per convenzione tra loro e con la ditta appaltatrice – che devono asfaltare, con l’ausilio di una fenomenale apparecchiatura multifunzione, una lunga, dritta strada pianeggiante che unirà il sud e il nord di un innominato paese africano appena uscito da una terribile guerra civile. Al termine del loro lavoro una parata presidenziale sancirà la pace raggiunta e l’unità del paese.
Quattro e Nove incarnano due approcci differenti: 1) nessun contatto con la popolazione locale, solo il lavoro, ciò che è stato pattuito in un do ut des deciso in altro loco; 2) incontrare la gente, socializzare, etc., ma anche qui non in maniera disinteressata, bensì guardando a quanto si può ricavare da ogni contatto, donne, ad esempio, e così via. Quattro e Nove sono così due archetipi, due modi – l’autore pensa i due modi prevalenti – che ha l’Occidente di andare verso all’Africa. 

“La parata” è quindi la fotografia di un incontro, con una morale. E’ una parabola. Ma pessimista, triste, che manifesta una visione sconsolata e semplicistica del rapporto del resto del mondo con il continente più povero. Non siamo lontani da quell’afropessimismo che già finito per lasciare più soli i paesi in via di sviluppo. E va in questa direzione anche la conclusione del racconto, che ovviamente non possiamo rivelare.
Eggers ha rivelato che la prima idea della trama risale a un viaggio in Sud Sudan effettuato nel 2004, quando vide arrivare dei funzionari ONU che “saltarono giù dalla jeep come fossero in un videoclip”, “stranieri che venivano a valutare e consigliare, a elargire donazioni e a incassare parcelle”. Quello stesso viaggio gli avrebbe ispirato anche “Erano solo ragazzi in cammino”, che racconta la storia vera di Valentin Deng, bambino costretto alla fuga durante la guerra civile sud sudanese.
E’ fuori discussione, in questa sede, la buona volontà dello scrittore statunitense. Eppure qualcosa stona nel leggere il libro. In uno scenario che sembra aprirsi alla speranza, con una strada di cui i locali hanno bisogno, con il sogno di un futuro diverso a portata di mano: “Ora siamo pronti a entrare in questo secolo”, dice uno cittadini di quello stato senza nome; ecco, in un tale scenario trionfa la disilusione, la disperazione, la condanna a non poter uscire dalla condizione di partenza. Tutto ripiomba nel caos, l’oscurità riprende a regnare in quel cuore di tenebra. 
Una lezione di realismo? Un’amara constatazione? Una verità spiacevole, ma vera? O non sarà che occhi di tenebra finiscono per vedere solo scenari tenebrosi? Non sarà che un happy end va bene in Occidente, ma non a sud del Sahara? E poi: siamo proprio sicuri che la storia si ripeta continuamente? che i luoghi comuni vadano bene per chiudere un libro? 
Forse bisognerebbe accettare che non siamo più negli anni Novanta. Che l’Africa sta cambiando. E non solo in peggio, come testimoniano non poche success stories nel tessuto vitale del continente. Ma – certo – occorrerebbe aguzzare lo sguardo. Guardare alla resilienza più che alla rassegnazione. Comprendere il presente, invece che rimasticare il passato. Fare proprio l’incontro con l’Altro, e non arrendersi al mulinare dei propri pensieri. Non l’hanno saputo fare né Quattro né Nove, ma in fondo nemmeno Eggers.

Francesco De Palma
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