Mura sì, ma non così …

Sul quotidiano “Avvenire”, mercoledì scorso, è stato pubblicato un estratto dell’intervento che il latinista Ivano Dionigi avrebbe svolto ieri alla rassegna “Pordenonelegge”.
Lo studioso ha ripreso in Friuli alcuni concetti già sviluppati da Rémi Brague nel suo “Europe, la voie romaine” puntando sulla “romanità”, intesa come attitudine a ricevere, trasmettere e assimilare, come chiave per vivere il nostro tempo così “liquido” e “mobile”. 
Dal momento che tale contributo si inserisce sulla linea di un post pubblicato in passato su questo stesso blog ci è sembrato opportuno riportarne alcuni passaggi.

Assistiamo oggi a una rivoluzione: “Questa rivoluzione ha il volto e il nome dei nuovi popoli che fuggono da guerra, fame, persecuzione e chiedono giustizia. Impauriti e smarriti, come davanti a un bivio senza segnaletica, ci chiediamo quale strada prendere, quale insegnamento seguire, quale maestro adottare.
Un’indicazione, anzi una vera e propria lezione illuminante, ci viene dalla Roma classica e segnatamente da una circostanza raccontata da Tacito (Annali 11, 24, 1-4). È l’anno 48 d. C.: ai senatori che, in una sorta di grido ‘prima i Romani’, pretendono che i seggi vacanti vengano riservati agli indigeni e ai residenti e non ai transalpini, l’imperatore Claudio ricorda che, secondo l’esempio degli antenati, ‘a Roma va trasferito quanto vi è di eccellente altrove’, che in passato furono chiamati a far parte del Senato cittadini provenienti da tutte le province, e che Spartani e Ateniesi rovinarono perché ‘respinsero i vinti come stranieri’. Per Claudio bisognava, piuttosto, prendere esempio dal padre Romolo che ‘ebbe tanta saggezza da trasformare i nemici in cittadini’. Quello stesso Romolo che, come racconta Livio, […] costruisce mura più grandi del necessario ‘in previsione di una popolazione futura numerosa’ (in spem futurae multitudinis). 
Si comprende, da questi antefatti, come la storia di Roma andrà letta come un inarrestabile processo di inclusione, che […] arriva alla ‘Constitutio Antoniniana’, l’editto del 212 d. C. con cui l’imperatore Caracalla estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. […] Non modello di humanitas o di pietas, ma di realpolitik e di un grande disegno politico: Roma è stata la più potente ed è durata a lungo perché non ha alzato muri tra sé e gli altri, perché ha tenuto dentro lo straniero e ‘il barbaro’”. 

Allora muri sì, ma non così, potremmo parafrasare. Occorre costruire le mura di Romolo, mura più larghe del “noi” di oggi. Mura larghe, per comprendere – in tutti i sensi – l’altro, per includerlo, per averlo con noi.
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