Morire di speranza (anche se la speranza dovrebbe essere l’ultima a morire).

Al triste conteggio dei migranti che perdono la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, ne vanno aggiunti 39 (8 donne, 31 uomini, di cui un adolescente), morti di stenti e scoperti ieri nel rimorchio di un TIR, nella zona industriale di Greys, ad est di Londra.
E’ stato confermato che tutte le vittime erano di nazionalità cinese, probabilmente (ma c’è un’indagine in corso), stavano cercando di entrare illegalmente nel Regno Unito e sembra che il loro arrivo fosse stato organizzato da una rete criminale.
Il traffico di esseri umani (incrementato indirettamente anche a causa delle politiche restrittive sulle migrazioni), assieme a quello della droga e delle armi è attualmente uno dei business più redditizi della criminalità organizzata.
L’opinione pubblica europea è ormai assuefatta a notizie come questa. Parafrasando una famosa (e terribile per il cinismo che la caratterizzava) massima di Stalin, se ogni singola morte è una tragedia, 39 migranti senza identità che perdono la vita mentre sono in viaggio e che non piange nessuno, sono una semplice “statistica”.
Certo questa Europa che alza i muri, chiude i porti ed è silente di fronte al dramma di tanta gente che muore cercando di entrare nel nostro continente, non offre una bella immagine di sé.
Non è l’Europa che sognarono i Padri Fondatori, quella ripiegata su sé stessa, sui suoi problemi interni, incapace di essere determinante davanti alle tante crisi che segnano il mondo aldilà delle sue frontiere.
C’è una verità che viene rimossa, ma alla quale non si può sfuggire: ogni volta che dei migranti perdono la vita nei pericolosi “viaggi della speranza (via mare o via terra è lo stesso), un pezzo di Europa se ne va con loro.
Perché è la sconfitta di quei principi fondanti, come la pace, giustizia, la solidarietà e la tolleranza, che hanno reso unico il nostro continente.
Per questo l’appello della Comunità di Sant’Egidio, rivolto alle Istituzioni e ai Paesi Europei, lanciato ieri è quanto mai opportuno ed urgente.
Ecco i punti nodali di questo appello:
“La Comunità di Sant’Egidio lancia un appello alle istituzioni e ai Paesi europei perché prendano al più presto misure capaci di arginare il triste conteggio delle morti nei viaggi della speranza, in questo caso via terra, probabilmente attraverso la rotta balcanica, oppure nel mare Mediterraneo, come è accaduto nuovamente, pochi giorni fa, davanti alle coste di Lampedusa.
Alcuni provvedimenti possono e devono essere presi con urgenza.
Il primo riguarda la riapertura di ingressi regolari per motivi di lavoro, data anche la forte domanda esistente di manodopera in diversi settori dell’economia europea e nei servizi alle persone, a partire dai Paesi più afflitti dal calo demografico. In secondo luogo, per chi fugge dalle guerre, occorre incentivare i corridoi umanitari, secondo il modello felicemente sperimentato, dal febbraio 2016, da Sant’Egidio insieme alle Chiese Protestanti e alla Cei, ma anche riprendere in considerazione i ricollocamenti all’interno dell’Europa. Infine riteniamo necessario puntare su una consistente e rinnovata cooperazione con i Paesi di origine dell’immigrazione, per offrire ai giovani un futuro là dove vivono, senza più tentati offrire il loro destino ai trafficanti di uomini”.
Riapertura degli ingressi per motivi di lavoro, corridoi umanitari per chi fugge dalla guerra, piani consistenti riguardo la cooperazione internazionale: alcune proposte per non far più morire nessuno e per continuare ad esistere come Europei degni di questo nome.
 
 
Francesco Casarelli
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