Per non essere dei “senza memoria” …

Ha proprio ragione Marco Impagliazzo quando individua la chiave di svolta del secondo conflitto mondiale nella storia personale dell’autrice di “I senza memoria. Storia di una famiglia europea” (Einaudi), figlia di genitori di due popoli che fino al 1945 si erano aspramente combattuti, la Francia e la Germania. 

Il libro narra, in maniera asciutta e chiara, la storia della famiglia di Géraldine Schwarz a partire dalla terribile vicenda della follia del nazismo che ha segnato la vita della civiltà europea e mondiale, con la shoà. La Schwarz non teme di descrivere la storia del nonno che si era approfittato delle leggi razziste per acquisire una fabbrica di proprietà di un ebreo a condizioni estremamente vantaggiose. E’ il 1938 con quelle leggi a svelare l’ambiguità di mentalità e comportamenti di gran parte del popolo tedesco, a partire da quanti si erano abituati a seguire senza reagire come un gregge, la follia dei più forti. La Schwarz li chiama  Mitlaufer: persone che seguono la corrente, conformisti, gregari. Il loro atteggiamento, comune alla maggioranza del popolo tedesco aveva creato le condizioni necessarie al compiersi di uno dei peggiori crimini di Stato organizzati che l’umanità abbia conosciuto. Come? Grazie ad un accumulo di piccole cecità e piccole viltà che, messe l’una accanto all’altra aprirono le porte dell’inferno.
Dopo la guerra e la prima fase di diretto intervento degli alleati nel lavoro di denazistificazione, subentrò l’idea che non potevano essere altri, potenze esterne, a fare questo lavoro al posto dei tedeschi: toccava ai tedeschi cambiare mentalità e prendere in mano il proprio destino democratico. Commenta laconicamente l’autrice: “C’era di che essere pessimisti”.
Il libro fa toccare con mano la brutalità della guerra, descrivendo gli effetti dei bombardamenti a tappetto sulle città tedesche, alcune delle quali hanno perduto per sempre i loro centri storici. Responsabili i nazisti, scrive l’autrice: “Non furono le bombe a far più soffrire il popolo, ma il Fuehrer stesso, il cui micidiale fanatismo costò la vita a oltre cinque milioni di soldati tedeschi sui campi di battaglia”. Il numero di berlinesi che si uccisero nelle ultime settimane di guerra supera i diecimila: è uno dei frutti della guerra. Un elemento non privo di interesse che rende utile leggere il libro è lo svelamento della costruzione dello stato nazista a partire dal basso, dalle mille realtà locali. Scrive l’autrice: “Senza che una legge nazionale lo giustificasse furono prese misure antisemite a livello locale in un gran numero di settori: parallelamente di propria iniziativa e senza aver subito alcuna pressione numerose istituzioni e associazioni di industriali, commercianti, avvocati e medici espulsero gli ebrei a velocità sconcertante privandoli di contatti professionali indispensabili, sabotando la loro reputazione e la loro clientela e affrettando così la rovina morale e finanziaria”. Esempio concreto, tragico fu la giornata di boicottaggio dei negozi ebraici, il 1° aprile 1933 che diede la prova ai nazisti che non c’era opposizione né tantomeno protesta da parte della popolazione: davanti ad una campagna pressante, pubblica di intimidazione contro gli ebrei, nessuno si mosse. La denigrazione pubblica degli ebrei funzionava bene a livello locale, in centri relativamente piccoli piuttosto che nelle grandi città. Scrive la storica Christiane Fritsche che nel giro di poche settimane dalla salita al potere di Hitler, nella coscienza dei tedeschi era avvenuto un cambiamento folgorante di mentalità: essere ebreo o essere ariano  costituiva una differenza ad ogni livello di vita, economico e sociale.
Il libro svela anche un altro luogo comune, che nessuno avesse coscienza di quello che stava succedendo per opera dei nazisti: invece già nel 1938 il mondo conosceva bene la situazione degli ebrei in Germania. Roosevelt a luglio aveva convocato una conferenza internazionale nella speranza che i partecipanti accogliessero gli ebrei: si trattava di distribuire tra 32 Paesi i 360.000 ebrei che ancora restavano in Germania, più i 185.000 austriaci. Nemmeno il terrore della notte dei cristalli convinse il mondo, con l’unica eccezione della Gran Bretagna che accolse 10.000 bambini ebrei.
Il libro attraverso la storia di una famiglia, getta uno sguardo ampio sugli anni della guerra e del dopoguerra e ha un grande pregio: non si rassegna a denunciare, dando spazio ad una memoria negativa della prima metà del Novecento. Termina con una parola di speranza, quando l’autrice afferma che la nostra “europeità” non può basarsi unicamente su una memoria negativa ma abbiamo bisogno di una memoria positiva: “Non abbandoniamo questo ambito ai populisti. Agli europei, ai giovani deve essere restituito l’orgoglio di appartenere ad un continente i cui popoli sono riusciti a sconfiggere per due volte i totalitarismi, nel 1945 e nel 1989, e che con il sudore della fronte hanno costruito la democrazia e restituito la dignità ai cittadini”.
Francesco Dante
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