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“Bambini con l’etichetta”

Un tema sul quale si è tornati più volte, su questo blog, è il progressivo e dannoso tentativo di medicalizzazione delle difficoltà didattiche che percorre la scuola italiana.

Le certificazioni di origine medico-psichiatrica riguardanti i problemi scolastici di bambini e adolescenti sono aumentate in modo esponenziale, con un’accelerazione che preoccupa e rischia di alimentare non un processo di inclusione di minori con disturbi di apprendimento, bensì una loro etichettatura deresponsabilizzante tanto per i docenti quanto per gli stessi ragazzi.

Ci sarà qualcosa che i critici della medicalizzazione della scuola non sanno cogliere. Ma resta il fatto che i numeri ci parlano di un vero e proprio “boom” delle diagnosi, nonché, guardando i dati disponibili, di “disparità inspiegabili che si rilevano tra popolazioni scolastiche di contesti omogenei (addirittura all’interno di una stessa regione), o tra maschi e femmine”. Secondo un’indagine Istat, negli ultimi cinque anni le diagnosi di dislessia nei bambini sono aumentate del 100% passando da 94.000 a 188.000, mentre quelle di disgrafia sono schizzate del 192%. Non va meglio per i casi di autismo, che, negli ultimi 20 anni sembrano essersi addirittura quintuplicati passando dallo 0,3 all’1,5%.

E’ in atto un’epidemia, più subdola di quella da Covid-19? E più triste e preoccupante perché colpisce di preferenza i minori?

Su tale questione si è soffermato di recente anche Michele Zappella, docente di neuropsichiatria infantile all’Università di Siena, un’esperienza di decenni nel campo dei neurodisturbi, in particolare dello spettro autistico. Nel suo ultimo volume, “Bambini con l’etichetta” (Feltrinelli, 14 euro), Zappella si pone in maniera critica innanzitutto di fronte alla smania di etichettare ogni possibile situazione problematica; ma poi anche alla tendenza a fare di tali etichette una sorta di “certificazione di inguaribilità”. “E’ un DSA, non ci si può fare niente!”, si finisce prima per pensare e poi per dire ad alta voce ….

“Ogni settimana nei miei studi di Roma e di Siena arrivano bambini che hanno ricevuto una neurodiagnosi, soprattutto di autismo e dislessia”, ha spiegato Zappella, “e nella maggior parte dei casi la diagnosi è errata. Dei disturbi emotivi, di origine ambientale, vengono scambiati per gravi patologie neuropsichiatriche”.

“Il problema”, sottolinea il professore, “è l’allineamento con un sistema di stampo nordamericano, che pretende di ridurre la complessità dei disturbi a un contesto standardizzato. Attribuendogli un’etichetta, ci si sbarazza del problema. Le difficoltà dei bambini non riguardano più la scuola: è un problema neurobiologico, basta seguire le linee guida del Ministero”.

Deresponsabilizzazione di genitori e insegnanti, ecco il risultato della medicalizzazione. Perché, paradossalmente, la voglia di medicalizzare/categorizzare non corrisponde a una ricerca della cura. Anzi. Può divenire – per alcuni insegnanti – un modo per allontanare da sé il problema.

Senza contare che le conseguenze della catalogazione non si limitano all’aula scolastica. Il ragazzo o la ragazza in questione finirà per interiorizzare una tale definizione, accettando con rassegnazione o con rabbia una falsa diagnosi di inguaribilità e rinunciando all’idea di poter andare oltre il proprio limite (e chi non ne ha?), ovvero di poter esprimere il meglio di sé: “Una diagnosi può contribuire in maniera decisiva a cambiare il destino di una persona”.

Come chiosa Zappella, “il nuovo verbo della diversità che ha preso il posto occupato 50 anni fa dalle classi differenziali, mantenendone intatto il messaggio: Stefano e gli altri come lui sono ‘diversi’”. “È arrivato”, allora, “il momento di ripensare alla scuola come un luogo in cui si faccia vera integrazione e non si attivino, al contrario, subdole dinamiche di emarginazione attraverso il rafforzamento delle etichette di diversità”

Chi ama la scuola – aggiungiamo -, chi ha a cuore la funzione docente, chi comincia a porsi delle domande sull’epidemia silenziosa che investe le nostre aule, è bene che alzi la voce contro una medicalizzazione strisciante e deresponsabilizzante, contro un sistema normativo che, apparentemente teso a favorire l’inclusione, finisce invece con sancire la diversità, la categorizzazione, una ghettizzazione “dolce” a tempo indefinito.

Francesco de Palma

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