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Uno spirito “repubblicano”

Sarà che ci eravamo abituati un po’ male, tra frasi fatte e strategie di galleggiamento, ma il discorso pronunciato in Senato dal nuovo Presidente del Consiglio è stato di un’altra categoria.

Mario Draghi ha volato alto, ha espresso pensieri lunghi, che guardavano al 2026, al 2030, al 2050, ha saputo parlare di dolore, di solidarietà, di merito, di formazione, di crescita, dell’oggi e del domani. Le sue parole erano state pensate, pesate. Si rivolgeva ai rappresentanti di un popolo umorale e spaesato, umorali e spaesati anch’essi. Per offrire loro una prospettiva tutto sommato più coinvolgente dell’“uno vale uno” e del “prima gli italiani”: una prospettiva repubblicana.

Su tale termine Draghi ha insistito più volte. Parlando di “forze politiche […] alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti […]. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del Capo dello Stato”. E ancora: “Nei momenti più difficili della nostra storia l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza. Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo”.

Una prospettiva “repubblicana”, allora, di rinuncia, di servizio, di responsabilità, di dovere. Parole antiche. Ma belle. In cui evidentemente il Presidente del Consiglio crede. In cui si spera il parlamento e il Paese credano anch’essi, mettendo da parte le furbizie, le scorciatoie, i corporativismi di cui si è macchiato tante volte il nostro percorso storico. Si tratta di acquisire tutti – non solo “i politici” – uno spirito repubblicano.

Un parlamento rissoso o popolato di “disponibili” potrà allora ambire alla serietà che gli è chiesta. Un paese frammentato potrà crescere in consapevolezza e maturità.

Potrà verificarsi allora il miracolo delineato da Draghi: “Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e […] inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità”.

“Il tempo del potere può essere sprecato […] nella sola preoccupazione di conservarlo” ha ricordato il Presidente del Consiglio. Ma “oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato dopoguerra, […] la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. […] Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti. Spesso mi sono chiesto se noi […] abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda […] alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti”.

Ed è proprio guardando alle future generazioni, che vivranno una globalizzazione ancor più compiuta di quella che noi abbiamo conosciuto, che l’ex Presidente della BCE ha tenuto ad ancorare questo tempo e il tempo che verrà a una scelta convintamente e definitivamente europeista: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, […] la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata […]. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. […] Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.

Il monito di Draghi riecheggia nel parlamento e nel Paese: “Non c’è sovranità nella solitudine”. Lo spirito repubblicano è uno spirito di unità e di cooperazione. La vera sovranità è in un impegno responsabile, nella condivisione di un sogno comune, in un abbraccio di popolo e di popoli che compie la profezia di Schiller e Beethoven: “Seid umschlungen, Millionen!”, “Abbracciatevi, milioni!”.

Francesco De Palma

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