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L'anniversario della strage dei gesuiti dell'Università Centro Americana di San Salvador

Ricorre oggi l’anniversario dell’uccisione, nel 1989, da parte di uno squadrone della morte, di sei gesuiti “scomodi” dell’Università Centro Americana di San Salvador - nella foto la cappellina dell'ateneo -, assassinati insieme alla cuoca e alla sua figlia quindicenne.
Ignacio Ellacuría, Segundo Montés, Ignacio Martín Baro, Joaquín Lopez y Lopez, Juan Ramon Moreno, Amando Lopez, Elba Julia Ramos e Celina Mariceth Ramos caddero vittime della polarizzazione violenta che scuoteva il Salvador, della volontà di colpire contadini, membri delle organizzazioni sindacali, delle comunità di base, del clero, di chiunque fosse accusato di favorire la guerriglia. 
Il culmine di questa escalation - è noto - fu l’uccisione, il 24 marzo del 1980, dell'arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, che era impegnato in una coraggiosa denuncia delle violazioni dei diritti umani e rivolgeva accorati appelli alla riconciliazione e alla giustizia sociale. 
Ma, appunto, anche gli anni successivi furono caratterizzati da rapimenti, rappresaglie, stragi, dalla scelta di non arrestarsi di fronte a nulla pur di vincere una guerra che non si poteva vincere. E sono la denuncia di ogni violenza, il rifiuto di ogni giustificazione della repressione, a mettere i gesuiti dell’UCA nel mirino. 
Si legge nell’articolo che “la Repubblica” dedicò all’eccidio il giorno seguente, 17 novembre 1989: “La guerra civile in Salvador non risparmia più nessuno. Fra le 3 e le 4 di mattina, mentre i bengala illuminavano a giorno la città per favorire i caccia di un’aviazione che sta distruggendo la capitale” - era in corso un attacco della guerriglia del FMLN -, “30 sconosciuti in divisa militare sono entrati nel recinto dell’ateneo assassinando p. Ellacuria, altri cinque gesuiti, la cuoca e la figlia quindicenne. Nella tradizione dei più macabri rituali usati dagli squadroni della morte i sacerdoti sono stati seviziati e torturati prima di essere finiti con numerosi colpi di pistola”.  
Impressiona leggere gli articoli dell’epoca, la descrizione dei cadaveri coi testicoli tagliati, col cervello spappolato. Non sorprende che da quella violenza brutale sia discesa la brutalità attuale delle maras, delle bande giovanili salvadoregne. 
Come colpisce leggere la ricostruzione pubblicata da un quotidiano salvadoregno, “Il Faro”, del processo decisionale che avrebbe portato a quella strage, delle esitazioni di un soldato coinvolto, che si trova di fronte “gente non pericolosa, uomini abbastanza vecchi, senza armi, e in pigiama”. Ma, gli avrebbe detto il colonnello che comandava le operazioni, “era il loro cervello quello che contava”.

Francesco De Palma

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