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Pena di morte, novità dal Giappone

Oggi i paesi che hanno abolito la pena di morte per tutti i reati o i crimini comuni sono 103 e altri 40 non la usano da molti anni, per legge o in pratica. Di tutte le esecuzioni rilevate nel 2015, l’89% è avvenuto in soli tre paesi: Arabia Saudita, Iran e Pakistan. Non sono considerati i dati provenienti dalla Cina, in quanto non noti. L’applicazione della pena di morte è, dunque, una questione principalmente asiatica.
La pena di morte è contemplata anche nell’ordinamento giapponese. Eppure tra i nipponici qualcosa si sta muovendo. Il Giappone comincia a porsi in sintonia con gran parte delle nazioni che considera la pena di morte uno strumento del passato. E’ quanto emerso da una due giorni di dibattiti – svoltasi a Tokyo presso la Dieta e conclusasi pochi giorni fa - sullo Stato di diritto e il senso della pena organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio nel quadro della campagna internazionale per l'abolizione delle esecuzioni. L'evento  - organizzato con la Commissione per gli Affari sociali del Parlamento italiano, rappresentata a Tokyo dal presidente Mario Marazziti – è stato un’importante opportunità per invitare la società giapponese a una riflessione sul valore della vita. «Sentiamo la pena capitale in Giappone come una stridente contraddizione con tanti, troppi aspetti della cultura e della tradizione di questo amato Paese», ha detto Alberto Quattrucci della Comunità di Sant’Egidio.
Ci sono 124 persone nel braccio della morte in Giappone, una per ogni milione di giapponesi. E sono 89 i condannati che chiedono al revisione del processo. Dall'avvio dell'esecutivo guidato da Shinzo Abe, a fine 2012, le esecuzioni sono state 16. Per la prima volta, la Federazione degli Avvocati giapponesi si è pronunciata ufficialmente contro la pena capitale. Soprattutto in seguito a clamorosi errori giudiziari come quelli ai danni di Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 48 anni – buona parte dei quali nel braccio della morte – e liberato soltanto due anni fa per il fondato sospetto che alcune prove a suo carico erano state manipolate dalla polizia.
La pena di morte è irrilevante rispetto alla sicurezza e alla difesa della vita umana – ha significativamente affermato nel suo intervento Marazziti. La recente storia giapponese ha insegnato al mondo il rifiuto e l'orrore per la follia nucleare. In tal senso, “è importante - ha aggiunto Marazziti - che il Giappone sia più vicino all'Europa e all'Occidente su questo punto e che senta l'affetto di un amico europeo, di un paese europeo, dell'Unione Europea, che viene a dire che il Giappone può essere migliore, più forte e più stimato nel mondo senza pena di morte”. Il Congresso degli avvocati auspica un radicale cambiamento. Magari nel 2020, quando il Paese ospiterà le Olimpiadi e il Congresso delle Nazioni Unite sulla Prevenzione dei crimini e la giustizia penale.Il Giappone ha una grande attenzione a quello che il mondo pensa del Giappone”, ha giustamente osservato Marazziti. “Il mondo non sa che il Giappone ha la pena di morte: quando lo scopre si stupisce. Credo che il fatto di stare in compagnia di Paesi come Corea del Nord, Cina – con cui il Giappone è sempre in competizione -, Arabia Saudita, Somalia tra i Paesi che usano la pena di morte, e non con Europa, Canada, Australia, buona parte degli Stati Uniti, sia qualcosa che possa avere una influenza sulla classe dirigente giapponese”.
Altri temi sono emersi nel corso degli interventi. La pena di morte crea sempre nuove vittime: non guarisce dall’odio e dal dolore le famiglie di chi ha subito una perdita del proprio caro, aggiunge vittime alle vittime, perché strappa le famiglie dei condannati a morte, toglie un padre e una madre ai figli, sicuramente innocenti, incolpevoli. Crea “i figli del mostro” tra persone innocenti. La pena di morte promette una falsa guarigione dal dolore. Non si guarisce mai aggiungendo a una morte un’altra morte. Lo dice la psicologia, la scienza dei comportamenti (ma non c’è niente di razionale nell’uso della pena capitale). Ce lo dicono molte famiglie delle vittime. La pena di morte è spesso una scorciatoia “militare “di fronte a complicati problemi sociali, quando si fa fatica a ridurre la violenza diffusa e non si sa o non si vuole investire in guarigione sociale, educazione, rottura dell’emarginazione, in società alterate da troppe dipendenze e tossicodipendenze.
Infatti, “è molto chiaro che il caso di Sagamihara, del folle Uematsu che ha ucciso accoltellando 19 disabili il 26 luglio scorso, è totalmente al di fuori di ogni possibile tipo di contenimento dato dalla pena, tanto più quella capitale che, soprattutto in questi casi, non farebbe altro che esaltare il rischio e quindi moltiplicare l'attrazione per vivere tali drammatiche ‘avventure'”, ha detto Quattrucci.
L’unica cosa certa, sicura, è che con la pena capitale la vita che viene tolta non può mai essere restituita in caso di errore. Che anche un solo innocente ucciso macchia l’intera società di omicidio. Abbassa l’intera società a livello di chi uccide. E afferma al livello più alto, quello dello stato, una cultura di morte, quella cultura di morte che si vorrebbe delegittimare e sconfiggere.

Antonio Salvati
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