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Europa: Abbracciatevi, milioni!

A inizio luglio la Merkel terminava così il suo discorso al Parlamento Europeo per l’avvio del semestre di presidenza tedesco: “Fatemi chiudere con un pensiero personale. Sono un amante della musica. È un grande piacere per me che la nostra presidenza celebri un anniversario molto speciale. Nel dicembre 2020 il compositore dell’inno europeo, Ludwig van Beethoven, avrebbe avuto 250 anni. La sua nona sinfonia mi riempie il cuore ogni volta. […] Permettetemi di concludere oggi con l’augurio che il messaggio di questa musica, l’idea di fratellanza e di armonia, ci guidi in Europa. Quale messaggio più appropriato di quello che quest’Europa è capace di grandi cose se ci sosteniamo l’un l’altro e restiamo uniti?”.

Chissà se la cancelliera è stata sostenuta dal linguaggio universale della musica beethoveniana ovvero dalle parole dell’Ode alla gioia di Schiller nel lungo vertice europeo conclusosi qualche giorno fa a Bruxelles. Chissà se gli altri protagonisti dell’incontro hanno prestato orecchio agli ideali di unità, solidarietà, fraternità, che percorrono il quarto movimento della sinfonia più conosciuta nel mondo.

Forse sì, visto il successo di un appuntamento che avrebbe potuto finire male, in un tutti contro tutti destinato ad alimentare risentimento e vittimismo, a complicare la ripresa, a umiliare i sogni coltivati da generazioni di europeisti. Ed invece il Consiglio Europeo si è chiuso con una soddisfazione più o meno generale, i mercati festeggiano, le speranze per il prossimo futuro ne escono rafforzate in tutto il continente: “Abbiamo vissuto il momento più importante per l’Europa dalla creazione della zona euro”, ha twittato Macron.

In molti hanno già analizzato i risultati dell’accordo, ne hanno salutato con favore le enormi potenzialità, hanno ammonito sulla necessità di non sprecare il tempo che viene e le risorse ora disponibili. Non è su questo che vorrei soffermarmi.

Vorrei piuttosto sottolineare come i rappresentanti di milioni di uomini abbiano scelto non di dividersi, ma di abbracciarsi: “Seid umschlungen, Millionen!”, “Abbracciatevi, milioni!”; si siano riconosciuti come fratelli, e non come degli estranei: “Alle Menschen werden Brüder, wo dein sanfter Flügel weilt”, “Tutti gli uomini divengono fratelli dove la tua [della Gioia] dolce ala si posa”. In questo 2020 funestato dalla pandemia da coronavirus, in cui abbiamo tutti compreso meglio di essere “sulla stessa barca”, la musica di Beethoven, il genio segnato dalla malattia, testimone delle guerre napoleoniche, come pure la poesia di Schiller, l’ex medico militare che aveva fatto spazio alla passione per il Bello e il Giusto, aiutano a coltivare una visione che vada oltre i limiti del presente.

Il sogno europeo è ancora vivo, è ancora giovane. L’Europa è stata all’altezza della propria storia travagliata e della propria responsabilità nel mondo. Ci siamo ancora abbracciati come fratelli. Abbiamo colto la forza dell’abbraccio, forse perché in questi mesi ne abbiamo sentito la mancanza. Abbiamo compreso che un’Europa spezzettata non va da nessuna parte di fronte a uno scenario globale ed interdipendente.

L’Unione è troppo importante per impantanarsi in dispute tra risparmiatori e spendaccioni (e quindi cerchiamo di non buttare al vento quel che ci sarà messo a disposizione). Essa può e deve diventare una grande figura geopolitica di riferimento in un mondo confuso, senza centro e senza troppi ideali. Questo è proprio il tempo dell’Europa, in un tornante della storia gravido di rischi che chiama a un’assunzione inedita di responsabilità. L’abbraccio dei milioni è la sfida dell’oggi. L’abbraccio dei milioni è il destino del futuro.

Francesco De Palma

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