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La scuola, dopo lo “tsunami”

Le parole più giuste, più appropriate, le ha trovate – come al solito – il presidente Mattarella. Il quale a Vò, per la cerimonia di inaugurazione dell’anno scolastico, ha colto l’enorme valenza simbolica sottesa alla ripresa dell’insegnamento in presenza: la cerimonia di oggi – ha detto – “ha il valore e il significato di una ripartenza per l’intera società”; e “ripartire da Vò Euganeo, dà ancor più il senso di come questa sfida riguardi l’intero Paese”.

“La riapertura delle scuole esprime la piena ripresa della vita dell’Italia”, ha continuato. “È stata dolorosa la decisione di chiudere le scuole. Necessaria ma dolorosa. La scuola ha nella sua natura il carattere di apertura, di socialità, di dialogo tra persone, fianco a fianco. Avete sofferto, ragazzi – e abbiamo sofferto tutti, per gli impedimenti e per le limitazioni. […] Ecco perché questi giorni, in cui le scuole riaprono e si popolano nuovamente dei loro studenti e insegnanti, sono giorni di speranza”.

E’ vero, giorni di speranza. Sì, non tutto funziona. Sì, dovremo essere pazienti, flessibili. Sì, c’è da arrangiarsi e da costruire. Occorrerà arrabbiarsi e lottare. Ma questi non sono i giorni del lamento. Sono giorni in cui gioire. Le scuole sono ripartite dopo rivoluzioni, guerre, crisi devastanti. Ripartono anche dopo una pandemia che è stata come una guerra.

Che è ancora una guerra. Ma lo sbarco in Normandia c’è stato, intravediamo la fine di tutto questo, l’attenzione e la prudenza di tutti, cure più efficaci, il vaccino. Questi sono i giorni della speranza e della gioia per qualcosa che riprende. E a capirlo meglio sono stati proprio i ragazzi, contenti di esserci, contenti di riesserci – “So bene, cari studenti, che la scuola vi è mancata quando, ai primi del marzo scorso, le sue porte sono state chiuse e avete avvertito quanto valesse l’incontro quotidiano con i vostri insegnanti, la vicinanza dei vostri compagni, quanto la convivenza fosse fattore di crescita e fondamentale strumento di socialità” -. Il resto passa in secondo piano.

Certo, mentre si inaugura il domani, è doveroso “ricordare chi è stato colpito dalla malattia, le tante vite spezzate e il dolore patito da molti”, è opportuno “trarre insegnamento dagli eventi eccezionali e drammatici che hanno coinvolto tutti i continenti”.

Ma la scuola doveva ripartire. Perché è qualcosa di molto più grande e importante di un corso di formazione. “Serve anche a […] a formare cittadini consapevoli, a sconfiggere l’ignoranza con la conoscenza, a frenare le paure con la cultura, a condividere le responsabilità. La scuola, la cultura, il confronto continuo sono anche antidoti al virus della violenza e dell’intolleranza, che può infettare anch’esso la comunità”.

E qui il presidente ha voluto ricordare la tragica morte di Willy, “pestato con crudeltà per aver difeso un amico contro la violenza. Il suo volto sorridente resterà come un’icona di amicizia e di solidarietà, che richiama i compiti educativi e formativi della scuola e dell’intera nostra comunità”.

“La scuola è davvero un cammino di libertà”, ha concluso il Presidente, “verso la conoscenza, verso la piena cittadinanza. Questa strada è piena di valori e di opportunità, che non sempre riconosciamo subito. Ma quando qualcuno o qualcosa ce li manifesta, allora si compie un salto nella crescita. Mi ha scritto un[a] ragazza, di terza media, di Amelia: ‘Questo tsunami che si è abbattuto su di noi ad un tratto ci ha reso vulnerabili e fragili, ma nello stesso tempo grandi e responsabili'”.

“Quello che sta per iniziare non sarà un anno scolastico come gli altri”. Ma sarà comunque un anno scolastico. Dopo lo tsunami è l’ora della grandezza e della responsabilità. Ce lo ricorda una ragazza di forse 13 anni.

Francesco De Palma

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