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“Dante”

L’anno prossimo ne saranno passati 700 dalla morte di Dante Alighieri.

E’ un anniversario di prima grandezza, e non stupisce che – pur nel mezzo della pandemia – vedano la luce lavori dedicati al padre della lingua italiana. Tra questi spicca la biografia opera del famoso storico (e divulgatore) Alessandro Barbero, edita da Laterza.

Il Dante di Barbero – però – è un uomo impastato di contraddizioni, a volte incoerente. E’ un po’ lontano dall’immagine sottesa ai versi che il poeta consegna alla Commedia e ai posteri, molto distante dal ritratto agiografico che del “ghibellin fuggiasco” (Foscolo) facciamo noi a scuola.

Chi ha ragione? Noi innamorati del Dante gigante di coerenza e di morale, campione di giustizia e di verità? O lo storico che nell’analisi dei documenti pervenutici scopre le tracce di una vicenda esistenziale più tortuosa, e in fondo più simile a quella di tanti uomini che hanno calcato la terra della Penisola?

Barbero afferma che Dante “aveva le sue contraddizioni, [che era] capace di cambiare idea convincendosi invece di non averla cambiata, convincendosi di essere sempre coerente”. Sarà. Ma non mi convince.

Quel che forse manca a una biografia pur bella e rigorosa è – azzardo – il confronto con i versi non autobiografici della Commedia, quei che trasudano la verità del maestro di vita, la passione dell’uomo di parte, la fede del peccatore che crede e spera, la grandezza del rifugiato che ha sofferto.

Per chi l’ha letta è suggestivo il rimando a un’altra biografia dantesca, quella opera di Mario Tobino, “Biondo era e bello” (1974), un capolavoro anche letterario, tutto pervaso da un’esplicita ammirazione per Dante.

Vi si legge un pesante giudizio su Bonifacio VIII, cui “era capitato di avere Dante davanti a sé, la fortuna, la gloria di parlargli, riceverne consiglio”, cui era accaduto di guardare un viso “che pur doveva trasparire una luce, il riverbero di una fiamma”, e che invece aveva proseguito imperterrito sulla sua strada.

Ecco, forse davanti a Dante o si sta con questa consapevolezza, o si rischia di non coglierne appieno lo spessore. Di non schierarsi dalla parte di chi “dopo aver combattuto e sofferto, sopportato tante delusioni e sconfitte, […] subito torna in lizza, sicuro che nel mondo trionfa l’amore, pronto con la parola, con gli scritti, con tutto sé, alla giustizia” (ancora Tobino).

Francesco De Palma

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