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Tutto il mondo è fortezza?

Festung Europa, fortezza Europa, era lo slogan con cui, da Stalingrado in poi, la propaganda hitleriana definiva la situazione strategica delle armate tedesche, ancora padrone del continente, seppur non più all’offensiva, fiduciose di poter difendere i territori conquistati tanto contro gli attacchi dell’Armata Rossa quanto contro gli sbarchi angloamericani. 
Sappiamo, poi, com’è andata a finire. 
Lo stesso modo di dire è spesso utilizzato, in senso critico, per descrivere l’atteggiamento dell’Europa odierna di fronte al mobile e poco gestibile mondo delle migrazioni (cfr., ad esempio, il molto ben fatto www.fortresseurope.blogspot.it). E chissà se questa equivalenza prefiguri analoghi esiti, se anche il chiudersi a riccio di economie avanzate, benché provate dalla crisi, di demografie stanche e invecchiate, non sia destinato a franare di fronte alla prova della storia.
In realtà l’utilizzo di termini del genere richiama troppo quel campo minato che è il vocabolario delle guerre e delle invasioni. Mentre bisogna ricordare che nessuna invasione è in atto. Né armata - e non ci sarebbe neppure bisogno di spiegarlo - né disarmata, dato che i profughi o anche i migranti “economici” che raggiungono il nostro continente non sono che una minima parte di coloro che ingrossano flussi diretti anche altrove, verso l’America del Nord, ma anche verso l’Asia, l’America Latina, l’Africa. Eh sì, il mondo è in movimento, e non tutto nella medesima direzione. 
D’altra parte proprio questo movimento “multiverso” implica che si immagini di costruire fortezze, mentali e non, non soltanto in Europa, bensì pure altrove. Tutto il mondo è paese, come si usa dire qui in Italia, e tutto il mondo - o buona parte di esso - è (si sente) fortezza (assediata).
Ha destato forse meraviglia quanto accaduto recentemente in Sudafrica.
Anche lì, verso la punta estrema del continente più povero di tutti, si dirigono profughi (soprattutto dal Corno d’Africa, attraverso Tanzania e Mozambico) e migranti “economici” (in particolare dall’Africa australe, dal Congo, dalla Nigeria). Anche lì si è assistito al rigetto dell’Altro da parte di un certo mondo politico, nonché da parte di una cospicua fetta di popolazione, pronta ad accusare gli stranieri, come nel più classico dei clichés, di rubarle il lavoro. Anzi, in Sudafrica tutto è degenerato: cittadini inferociti armati di machete si sono mossi contro gente inerme, colpevole solo di essere nata a nord del Limpopo.
Fortezza Sudafrica, allora? 

La tentazione è la stessa che migliaia di km più a nord, il riflesso condizionato è identico. Come altrove le migrazioni sono raffigurate e narrate alla stregua di fenomeni da porre sotto controllo, e non come, se non un diritto umano fondamentale (“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti; che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”), almeno una risorsa in grado di arricchire l’itinerario socio-economico di un paese.
Finché la risposta dei governi e - occorre non dimenticarlo - delle stesse opinioni pubbliche, che non sono solo manipolate dai media o dai politici, ma esprimono una chiara pulsione vittimista e autoreferenziale, vedranno l’evento “migrazioni” sotto un profilo tendenzialmente securitario, con un’angolazione visuale difensiva, non faremo molta strada. Le migrazioni sono anche e soprattutto una chance che i popoli hanno per non chiudersi in un orizzonte spento e senza prospettiva, come gente che si abbronza alla luce di una stella già morta. E noi europei, sull’orlo di una grave crisi demografica, potremmo capirlo prima e meglio dei sudafricani.

Francesco De Palma

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