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“I nostri padri fondatori ci impedirono di tornare indietro” (e altre parole)

Si segnalano di seguito notizie e commenti apparsi su quotidiani o siti web italiani in questi giorni. 
La scelta delle testate e dei brani evidenziati è chiaramente soggettiva e non ha alcuna pretesa di esaustività.

Iniziamo con Pietro Citati, che su “Repubblica” del 10 luglio smentisce una certa vulgata sul Corano e sul Dio che vi è rivelato e ricorda a noi occidentali che Allah è clemente e misericordioso: “Secondo una tradizione raccontata dal Al-Ghazali, Dio ha detto: ‘Se il mio servo commette un peccato grande come la terra, io lo accolgo con un perdono grande come la terra’. Quando l’uomo pecca, l’angelo tiene sollevata la penna per sei ore: se l’uomo si pente e chiede perdono, l’angelo non registra il peccato a suo carico; se continua a peccare, registra il suo peccato soltanto come una cattiva azione. Dio non si stanca di perdonare finché il suo servo non si stanca di chieder perdono. […] Il perdono di Dio: sia per gli islamici sia per i cristiani, questa è l’essenza della rivelazione di Allah”.
Sul tema interviene anche Paolo Branca, sull’“Osservatore Romano” di oggi, il quale nota: “Che i musulmani abbiano preso il posto dei ‘cattivi’ come nemico epocale [è] ormai un’evidenza […]. L’esito è inevitabilmente quello di concedere a pochi fanatici la rappresentanza legittima e ufficiale di 1,6 miliardi di musulmani che vivono oggi sulla Terra […]. Eppure i fattori positivi davvero non mancano: i dati ufficiali della Diocesi di Milano confermano che nei suoi circa mille oratori il 25 per cento degli utenti sono giovani islamici, affidati con fiducia dalle loro famiglie a un ambiente religiosamente orientato piuttosto che lasciati per strada o indirizzati altrove. Circa il 15 per cento dei musulmani nelle scuole pubbliche non chiede l’esonero dall’ora di religione, desiderando restare coi compagni di classe in un modulo formativo che non solo è privo di ‘pericoli’ di proselitismo, ma li vede talvolta come protagonisti, in quanto maggiormente interessati alle tematiche trattate rispetto ai compagni di classe locali. Nelle associazioni femminili e fra le nuove generazioni nate e cresciute in Italia gli esempi di mutua stima, rispetto e collaborazione non si contano, benché poco valgano agli occhi miopi dei media e alle timide o inesistenti prassi delle amministrazioni. Persino su punti cruciali del cosiddetto scontro di civiltà si registrano da tempo riflessioni e comportamenti che meriterebbero di essere valorizzati nel comune interesse. Sempre più spesso giovani musulmani italiani (anche se privi di cittadinanza per la nota inerzia burocratica) confessano di sentirsi più liberi di praticare il loro stesso culto qui che nei paesi d’origine delle loro famiglie”. 
Da un mito all’altro. Da un “cattivo” all’altro: lo straniero che non vorremmo trovarci come concittadino (e non vorremmo nemmeno che lo fosse suo figlio, che gioca col nostro nel cortile di scuola). Ma Roberto Esposito sottolinea, sulla “Repubblica” di ieri, come lo ius sanguinis fosse concetto predicato dai nazisti: “Al centro [dell’humus culturale da cui sorge la dottrina nazionalsocialista] vi è il nesso saldissimo tra sangue e suolo, fondato da un lato sulla nazionalizzazione del sangue e dall’altro sulla biologizzazione del suolo. […] Soltanto la purificazione del sangue tedesco, con l’eliminazione di quello che lo avvelenava, avrebbe garantito il dominio di uno spazio imperiale dalla Manica agli Urali”.
Qualcosa di cui essere consapevoli. Qualcosa da non dimenticare. Ammonisce - affrontando una questione non del tutto scollegata - Michele Ainis su “Repubblica” di ieri: “I nostri padri fondatori ci impedirono di tornare indietro, non di guardare avanti. […] La tolleranza non può tradursi in licenza. Altro è la nostalgia del bel tempo perduto, altro il rimpianto di quando c’era Lui; tutt’altra cosa è invece l’incitamento alla violenza contro i tossici o gli omosessuali. In quest’ultima evenienza la parola diventa azione, corpo contundente. […] Giacché non è vero che le parole siano sempre innocue: talvolta uccidono, e l’omicidio è reato”. 

Vorremmo finire con un brano dell’articolo di Alessandro D’Avenia sulla “Stampa” di oggi. Che ci ricorda il valore della scuola. Un baluardo grande. Per impedirci di riassaggiare le barbarie di ieri, per liberarci dalle storture dell’oggi: “Padre Puglisi sapeva che senza una scuola la vita dei ragazzini delle elementari se la sarebbe presa la strada, unica scuola, i cui maestri erano i picciotti dell’esercito mafioso dei Graviano. Don Pino sapeva che, solo grazie alla cultura, a quei bambini poteva essere prospettata una vita diversa. Per questo costituì il centro Padre Nostro proprio come scuola alternativa, luogo in cui potevano giocare e studiare. […] 19 luglio 1992. Il giorno in cui lo hanno ucciso, Paolo Borsellino, pur essendo domenica, si era alzato presto per scrivere una lettera di scuse a una professoressa che lo aveva invitato a parlare ai suoi ragazzi, ma per una serie di disguidi quella lettera era stata ignorata e la professoressa si era indispettita. Borsellino quella mattina scriveva così: ‘Sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta’. A questi fatti di cronaca aggiungiamo, il 9 luglio 2017, lo sfregio alla statua di Giovanni Falcone, nella omonima scuola media dello Zen di Palermo: è uno di quei gesti con cui la semantica mafiosa ribadisce controllo del territorio e veicola un messaggio mirato a chi deve capire, in una scuola che svolge un lavoro simile a quello fatto da Puglisi e auspicato da Borsellino nella sua lettera. C’è quindi un filo che lega Falcone, Borsellino, Puglisi, e i ragazzi, e quindi la scuola. Loro sapevano bene che il più grande nemico della cultura mafiosa è la perdita di consenso (il controllo del territorio è tutto), soprattutto tra giovani e bambini”.

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