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I tanti luoghi della santità ...

Su “Avvenire” di venerdì scorso Mimmo Muolo ha scritto: “Lungo le strade della Penisola il Papa sta fissando con le sue visite apostoliche le coordinate di una nuova geografia della santità. Bozzolo e Barbiana, i borghi di don Mazzolari e don Milani. Pietrelcina e San Giovanni Rotondo, i paesi di padre Pio. E adesso Alessano e Molfetta, dove nacque, fu sacerdote e vescovo, e ora riposa, Tonino Bello, morto esattamente 25 anni fa e da molti ritenuto un antesignano di questo pontificato. Sullo sfondo c’è inoltre, il 10 maggio prossimo, l’itinerario che toccherà Nomadelfia - capolavoro di don Zeno Saltini - e Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari, nel decennale della morte della fondatrice Chiara Lubich”. A questa lista potremmo aggiungere altri incontri romani: la visita a Sant’Egidio il mese scorso per il 50° dell’associazione laicale fondata da Andrea Riccardi, l’appuntamento il mese prossimo, a Tor Vergata, con il Cammino neocatecumenale, ancora per i loro 50 anni; e così via, in un contatto che ha riguardato diversi movimenti e realtà ecclesiali, che non nomino solo per ragioni di spazio, senza voler far torto a nessuno, nonché tante parrocchie di periferia.
Con Bergoglio i brevi (o brevissimi) viaggi italiani si configurano come un modo per riaffermare “le direttrici pastorali del pontificato”, per appuntare “lo sguardo [su]i luoghi della sofferenza” e dello “scarto”, per proporre all’intera chiesa del Bel Paese, come pure al suo multiforme vissuto cristiano, una testimonianza di fede secondo una modalità insieme “facile” (perché legata al percorso esistenziale di tutti, perché fatta di momenti e gesti calati sul territorio) e “rivoluzionaria” (perché radicale nelle sue premesse evangeliche e profetica di fronte a un mondo che si muove in direzione contraria rispetto ai due grandi assi spirituali posti al centro della “Gaudete et exsultate”, ovvero le Beatitudini e la parabola di Matteo 25 (cosa c’è oggi di più rivoluzionario di un “Ero straniero e mi avete accolto”?).
Scrivevamo qualche giorno fa, commentando l’Esortazione apostolica: “Il messaggio del papa argentino non è accomodante. Anzi. Andando avanti il tono si fa più esigente, perché la trasformazione che si auspica nella vita dei fedeli dev’essere in grado di confrontarsi con uno scenario difficile, con l’ampiezza della secolarizzazione, con una ‘terza guerra mondiale a pezzi’, con le mille tentazioni del denaro e del potere, con la ‘debolezza dell’egoismo, della pigrizia, dell’orgoglio’ (GE 65). 

Uomo di pace, amico dei poveri, teorico della “Chiesa del grembiule” (quello di cui si cinge Gesù prima di lavare i piedi ai discepoli, simbolo dunque di carità e servizio), don Tonino Bello (ora Servo di Dio, vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi, presidente di Pax Christi) sarà sembrato a papa Francesco un esempio quanto mai calzante dell’estroversione misericordiosa che il pontefice sogna per la navicella di Pietro in questo inizio di Terzo Millennio.
Nel piazzale antistante il cimitero di Alessano, venerdì scorso, il papa ha ribadito: “I poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Ricordacelo ancora, don Tonino, di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda. […] Cari fratelli e sorelle, in ogni epoca il Signore mette sul cammino della Chiesa dei testimoni che incarnano il buon annuncio di Pasqua, profeti di speranza per l’avvenire di tutti. […] Non accontentiamoci di annotare bei ricordi, non lasciamoci imbrigliare da nostalgie passate e neanche da chiacchiere oziose del presente o da paure per il futuro. Imitiamo don Tonino, lasciamoci trasportare dal suo giovane ardore cristiano, sentiamo il suo invito pressante a vivere il Vangelo senza sconti. È un invito forte rivolto a ciascuno di noi e a noi come Chiesa”. 
Ad Alessano, a Molfetta, a Roma, ovunque, Francesco continua a ripetere il suo messaggio di ritorno alle radici. Perché la violenza, l’indifferenza, il vittimismo dei nostri giorni facciano spazio alla riscoperta di quel fondamento che fa capire come il mondo si cambia partendo da sé. 

Francesco De Palma

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