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Cattolici e sciiti di fronte alla comune responsabilità di vivere il dialogo, ecologia del mondo

Un workshop di dialogo cattolico-sciita ha avuto luogo martedì scorso presso la Comunità di Sant’Egidio, organizzato dallo stesso movimento ecclesiale con base a Roma, da Missio, e dalla Fondazione Imam Al-Khoei, istituto vicino alla massima autorità religiosa dell’Islam sciita iracheno, il grande ayatollah As-Sistani. Al centro del dibattito la responsabilità dei credenti di ogni fede in un mondo globale e plurale e la costruzione della pace, tema quanto mai di attualità in un tempo segnato da crisi e conflitti e tentato dallo scontro di civiltà e di religione.
All’incontro hanno partecipato esponenti sciiti provenienti da Iran, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Bahrain e Kuwait. Come pure eminenti rappresentanti cattolici quali il card. Marx, il card. Touran, mons. Paglia, mons. Spreafico, nonché Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, rispettivamente fondatore e presidente di Sant’Egidio. 

Il convegno ha costituito un’occasione preziosa per scoprire un mondo, quello sciita, generalmente poco noto in Occidente, vista la semplificazione e la confusione che prevalgono a casa nostra quando si parla di Islam senza distinguere le sue componenti, le sue articolazioni, le mille diversificazioni geografiche, culturali, di punti di vista. L’Islam è una galassia. Peraltro travagliata in questo momento da un conflitto intestino spesso molto più atroce di quello che vede vittime i cristiani in alcuni paesi a maggioranza musulmana.
L’ignoranza dell’Islam e dello sciismo si mescola talvolta con l’ingiustificato pregiudizio che tocca ad esempio l’Iran o il movimento libanese Hizbullah.
Eppure l’Iran è un grande paese la cui stabilità è preziosa nel quadrante insanguinato e fragile del Vicino Oriente. Eppure la nuova dirigenza iraniana moltiplica i segnali di disponibilità e di dialogo. Eppure poche frasi di condanna per l’attentato di Parigi del gennaio scorso sono state così forti come quelle pronunciate dal leader di Hizbullah, lo shaikh Nasrallah: “Coi loro atti violenti e inumani i terroristi portano più danno al Profeta e ai musulmani di quanto abbiano fatto le caricature che hanno offeso il Profeta”. Eppure le milizie di Hizbullah proteggono oggi la frontiera orientale del Libano dalle infiltrazioni jihadiste degli affiliati siriani del sedicente Califfato.
Gli oratori sciiti presenti al convegno hanno permesso a un pubblico numeroso e attento di scoprire un orizzonte religioso per nulla a disagio con la modernità, capace di operare una sintesi di fede e cultura, caratterizzato da spessore e profondità. Soprattutto i loro interventi hanno rivelato agli osservatori presenti il grande desiderio di contatto e di confronto con l’Altro - specie se cristiano - che anima la gerarchia religiosa sciita.  
“Occorre accettare l’altro come fratello”, queste le parole di Jawad Al-Khoei, segretario generale della Fondazione. Che ha continuato: “Noi, come religiosi, dobbiamo predicare in
tal senso nelle chiese e nelle moschee”. “Chi parla di violenza non è un vero leader religioso, anzi non è né un leader, né un religioso”, ha chiosato Maitham As-Salman, presidente del Centro Interreligioso del Bahrain. E in una successiva intervista il teologo libanese Muhammad Al-Amin, si è spinto oltre: “La religione non ha nulla a che fare con i gruppi estremisti, anche quando questi si dichiarano di ispirazione religiosa. Ma i dotti dell’Islam dovrebbero fare di più di fronte al terrorismo. In ogni caso un incontro come quello di oggi, volto a perseguire la via del dialogo contro le derive estremiste, è un'iniziativa storica. Un giorno si dirà che molto è disceso da questo evento”.
Sicuramente la giornata di martedì è servita a rafforzare la conoscenza reciproca tra cattolici e sciiti, la loro volontà di amicizia, nonché a richiamare la responsabilità dei credenti e delle guide dei credenti. Intervistato da “Zenit”, Andrea Riccardi ha detto: “Nel nostro tempo, nel mondo globalizzato, o si vivono il rispetto e l’amicizia o si rischia il conflitto; ignorarsi non è più possibile. Il dialogo” - ha concluso Riccardi - “determina l’ecologia del mondo, permette di preservarne il futuro. Certo, è un lavoro paziente: si semina oggi e si raccoglie tra cinque, dieci o più anni”.

Francesco De Palma

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